giovedì 17 gennaio 2013

Punti di vista



L'altra sera, mentre facevo svogliatamente zapping sui vari canali del digitale Rai, mi sono imbattuta in questo film del 2009, dal titolo "Due partite". L'avevo visto al cinema con le mie coinquiline di allora, e ci aveva così favorevolmente colpite che, sulla strada verso casa, ci aveva spinte a intraprendere una riflessione piuttosto personale. Vivevamo sotto lo stesso tetto, ma non eravamo proprio amiche (le confidenze non sono sempre necessarie quando si vive insieme, poiché ci si conosce attraverso i gesti quotidiani. Io, poi, dopo anni di gente varia fra i piedi, avevo deciso di non dare confidenza eccessiva). Quel film ci fece riflettere sul modo in cui consideravamo il rapporto di coppia, e mi diede ulteriore materiale su di loro e sulle donne in generale. 
Mi fa sempre innervosire quando i miei amici, cittadini - e quindi non provinciali, come si definiscono loro - colti, moderni, à la page, dichiarano di essere tali solo perché scelgono rapporti sentimentali più liberi, sono a favore della convivenza e boicottano il matrimonio. 
Ricordo un discorso di un mio compagno di università, che faceva più o meno così: "sono fortunato perché vivo a Roma. Il sabato vado in discoteca, conosco una ragazza e poi me la porto senza nessuna complicazione. Mica come accade da voi in provincia, dove non potete avere questi comportamenti così disinvolti". Certo, perché essere moderno significa farsi le ragazzine nel bagno di una discoteca. O essere moderne significa andare con degli sconosciuti nei bagni delle discoteca. Lo trovo un tantino squallido, ma il mio è un punto di vista campagnolo.
Il ragazzo in questione conosce una ragazza di paese, una di quelle che non ha bisogno dei bagni per rivendicare la sua femminilità, e scopre un mondo interessante, coinvolgente, che gli fa bene al corpo e all'anima (soprattutto). 
Ma torniamo al film. Una delle ragazze, con cui sono stata al cinema, aveva un fidanzato con il quale - poco tempo dopo - è andata a convivere. Mai si sarebbero sposati perché lui è contrario al matrimonio; lui è un ragazzo dei nostri giorni, aperto, moderno, libero da mentalità ormai desuete. Sì, certo! Uno di quelli che veniva da noi si sedeva sul divano e aspettava che gli fosse preparato e servito il pasto. Quando era malato stava a casa nostra perché non poteva cucinarsi la pastina da solo. Non l'ho visto mai togliere la tavola, fare la spesa, aiutarla con le pulizie. Sono questi forse gesti da uomini dell'altro secolo, non adatti a chi ha avuto tante donne, a chi ha idee progressiste, a chi crede che i legami non debbano essere certificati se vogliono durare nel tempo, a chi ha una mentalità nuova. 
Mia sorella si è sposata a 29 anni, suo marito a 27. Hanno compiuto un passo che non è più di moda, un passo ritenuto ridicolo, avventato, assurdo per dei ragazzi della loro età. Basta, però, stare nella loro casa anche solo per 24 ore per accorgersi di quanto il loro rapporto non sia per nulla fuori dal tempo. 
Ho visto mia sorella alzarsi presto per preparargli la colazione, come gesto d'amore e non come obbligo dettato dal ruolo; ho visto lui chiedere scusa per aver leggermente alzato la voce o passare al supermercato e in tintoria dopo il lavoro. Li ho visti decidere insieme, in base alle esigenze di ciascuno, dove andare e cosa fare. Non hanno avuto bisogno di legami leggeri, di relazioni senza impegno, di bagni di discoteche, per essere felici; non hanno avuto paura di impegnarsi davanti a Dio e allo Stato italiano perché hanno sempre avuto fiducia e rispetto vero verso se stessi, verso l'altra persona e verso quella cosa speciale che c'è tra di loro. 
Io la chiamo modernità, e voi?



Un giorno esisterà la fanciulla e la donna, 
il cui nome non significherà più soltanto un contrapposto al maschile, 
ma qualcosa per sé, 
qualcosa per cui non si penserà a completamento e confine, 
ma solo a vita reale: l'umanità femminile. 
Questo progresso trasformerà l'esperienza dell'amore, 
che ora è piena d'errore, 
la muterà dal fondo, 
la riplasmerà in una relazione da essere umano a essere umano, 
non più da maschio a femmina. 
E questo più umano amore somiglierà a quello che noi faticosamente prepariamo, 
all'amore che in questo consiste, 
che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.
Rainer Maria Rilke


lunedì 14 gennaio 2013

Il gatto

Dopo una settimana passata a casa di mia sorella maritata, sono tornata dai miei genitori con tanti buoni propositi per il nuovo anno. L'obiettivo principale è provare a non abbattersi, a non deprimere me stessa e il resto del mondo. Lo slancio mi è stato fornito da un libretto di psicologia (purtroppo non ce la faccio a definire libroni i lavori costruiti ad hoc per essere venduti, cosa ben diversa, ovviamente, sono quelli accademici, dinanzi ai quali alzo le mani) che il mio uomo mi ha spedito per e.mail con la speranza che potesse intervenire laddove nemmeno il suo amore ci riusciva. Sicché ho cominciato l'anno leggendo questo libro incentrato sull'incapacità di vedere il nostro valore, sul fatto che tendiamo a sminuirci, a restare in uno stato di paralisi che ci impedisce di progredire. Verso la terza pagina mi sono addormentata saporitamente, poi l'ho ripreso in mano e l'ho guardato da un'altra prospettiva. Alla decima pagina una considerazione è balzata felicemente alla mia bocca: "ma dice tutte cose che io so! Mi sono state insegnate dal Vangelo, dalla letteratura, dalla filosofia. Io già le posseggo, tutti le possediamo, non abbiamo bisogno che ce le dica uno psicologo americano che si sta arricchendo con la nostra incapacità di ricordare". Mi rendo conto che forse ho avuto uno slancio di boria intellettuale (chiunque di voi - ci scommetterei i miei pochi denari - ritiene che una cosa detta da un filosofo sia più degna di nota anche del più importante psicologo. Freud non arriverà mai a Platone per capirci), tuttavia il suddetto libro è servito a "ricordarmi" della letteratura che fa bene all'anima. Così mi sono fiondata in libreria e ho preso il primissimo libro che mi ispirava fiducia, contravvenendo all'abitudine di dare dapprima un'occhiata ai classici e poi dopo alle novità editoriali. Sono uscita in compagnia di Jonathan Franzen e del suo ultimo lavoro dal titolo "Più lontano ancora", che ha avuto l'immediata capacità di riconciliarmi con me stessa. Mentre leggevo il discorso che ha tenuto al Keyon College nel maggio del 2011, con il quale il libro si apre con un titolo che è già premessa di rinascita se vi trovate in un momento di traballamento, Il dolore non vi ucciderà, la mia testa era un'esplosione di pensieri positivi, di gioia contagiosa, di appagamento: un orgasmo insomma.
Ho cominciato pertanto oggi, primo giorno di routine, con questo desiderio di concentrarmi solo sulle cose del presente, senza sguardi strazianti al passato o timori per il futuro (come suggeriva il libro di psicologia e come so perfettamente io stessa). Così mi sono seduta al tavolino e mi sono messa a leggere "Lettere morali a Lucilio" di Seneca, mentre fuori pioveva a dirotto, mio padre riempiva la casa con le canzoni di Battisti e mia madre con il profumino del pranzo. Tutta presa da parole e odori, alzo gli occhi e vedo la mia gattina seduta sul letto di fronte che mi osserva con tanta attenzione. Mi sono commossa. Non ero sola, c'era lei che in silenzio mi teneva compagnia e vigilava sul mio presente. Meglio, molto meglio di qualsiasi libro. 
Buon anno!

Il gatto

In casa mia desidero 
una donna fornita di ragione,
un gatto che passi tra i libri,
amici in ogni stagione
senza i quali non posso vivere.
Guillaume Apollinaire 



sabato 29 dicembre 2012

Perdono

Scusate per l'italiano "sgangherato" che sovente è presente in questo spazio. Quando (QUANDO) mi capita di rileggere i post trovo sempre dei refusi, degli strafalcioni, dei periodi sintatticamente disordinati. Non ho giustificazioni, lo so, sono un'umanista e dovrei avere come priorità la bella lingua, ma mi...mi...scappano. Colpa del dialetto e di quel tourbillon di pensieri che tengo "dint' a capa", colpa soprattutto del fatto che non rileggo bene. 


venerdì 28 dicembre 2012

Nei dì di festa

In questi giorni di festa ci ricopriamo di tante parole che vorrebbero essere di buon auspicio per un giorno, un anno, una vita migliore. Molto spesso ce le ripetiamo senza convinzione, o addirittura senza crederci sul serio. In particolare, gli auguri per il nuovo anno sono quasi sempre una serie di raccomandazioni senza speranza, accompagnati spessissimo da lunghi sospiri. Almeno al sud, si parla del nuovo anno guardando sempre a quello passato che è stato inevitabilmente una "chiavica", e quindi quasi certi che il prossimo sia di quel taglio. Io tutte le volte paragono gli auguri del primo dell'anno alle condoglianze: non hanno nessun effetto rallegrante. "Auguri per questo nuovo anno, che sia pieno di tante belle cose. Spero vivamente che non sia come quello passato"; e subito dopo il profondo respiro segue il "chissà" con tanto di testa reclinata. 
Stamattina una mia amica mi ha mandato una mail di auguri con questa poesia di Pessoa, che vado a postarvi. Così ci facciamo gli auguri oggi, ultimo venerdì dell'anno, con il grande poeta portoghese e le sue parole particolarmente adatte a lunghi sospiri.
La traduzione è mia, pertanto è molto letterale. 
A te, Fernando, la parola.

A felicidade exige valentia

"Posso ter defeitos, viver ansioso e ficar irritado algumas vezes mas, não
esqueço de que minha vida é a maior empresa do mundo, e posso evitar que
ela  vá à falencia.

Ser feliz é reconhecer que vale a pena viver apesar de todos os desafios,
incompreensões e periodos de crise.
Ser feliz é deixar de ser vítima dos problemas e se tornar um autor da própria história.

É atravessar desertos fora de si, mas ser capaz de encontrar um oasis no
recôndito da sua alma.

É agradecer a Deus a cada manhã pelo milagre da Vida.
Ser feliz é não ter medo dos próprios sentimentos.
É saber falar de si mesmo.
É ter coragem para ouvir um "não".
É ter seguranca para receber uma crítica, mesmo que injusta.

Pedras no caminho?
Guardo todas, um dia vou construir um castelo..."

Fernando Pessoa


La felicità esige coraggio

Posso avere difetti, vivere ansioso ed essere irritato alcune volte, ma non dimentico che la mia vita è la più grande impresa del mondo, e posso evitare che essa vada in fallimento.
Essere felice è riconoscere che vale la pena di vivere nonostante tutte le sfide, le incomprensioni e i periodi di crisi.
Essere felice è smettere di essere vittima dei problemi e diventare autore della propria storia.
E' attraversare i deserti fuori di sé, ma essere capace di trovare un'oasi nel recondito della propria anima.
E' ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della Vita.
Essere felice è non avere paura dei propri sentimenti.
E' saper parlare di se stesso.
E' avere coraggio nel sentire un "no".
E' avere sicurezza nel ricevere una critica, sebbene ingiusta.

Pietre nel cammino?
Le ho conservate tutte, un giorno ci costruirò un castello..."


                                         Castello di Morcone (BN), X sec. circa. 

lunedì 24 dicembre 2012

Buon Natale da Atlante

Atlante mi ha definito stamattina il mio Chirone dalle impervie terre d'Oriente dove ha la fortuna di vivere da più di un anno e dove passerà il secondo Natale consecutivo in compagnia di due europei e alcuni filippini e cinesi, lontano da chi rappresenta per lui "casa" e quindi "Natale". 
Dopo Aska (che è più un eteronimo), signorina G., Candy (come mi definì lui, sempre ironicamente, in quanto donna di Wild, come lo definii io per nulla in modo ironico), il mio nome vero e abbreviazioni di nome vero (MP) e cognome vero (Giaqui), eccone uno nuovo: Atlante. Esso trova la luce dopo giorni in cui il povero signor G. ha sopportato gli sproloqui della signorina G, che, essendo una femminuccia, innaffia le discussioni con tante esagerazioni. Avete mai sentito una donna tirare fuori le sue paturnie? Sembra che solo lei porti su di sé il peso di tante privazioni, amarezze, rinunce; che solo lei abbia il coraggio di tenere il rapporto sulla retta via, impedendogli di prendere strane deviazioni; che a lei va il merito di. 


Pertanto, accolgo volentieri il nuovo personaggio, perché mi rappresenta pienamente. Sì, spesso mi sento come Atlante. Ci sentiamo tutte come Atlante, se ne facciano una ragione i nostri gnomi. 
Buon Natale.


Through the years we all will be together 
If the Fates allow 
Hang a shining star upon the highest bough. 
And have yourself a merry little Christmas now




venerdì 21 dicembre 2012

The end of the world

Non avevo neanche aperto gli occhi stamattina allorquando la mia genitrice - prolifica di parole mattutine - ha cominciato a sventolarmi davanti gli occhi uno dei prodotti del consumismo anni '90, ovvero le mutandine rosse da regalare per il nuovo anno. Le aveva rinvenute in un cassetto, e ora le contemplava come la testimonianza di un'epoca lontana in cui il suo sedere aveva quelle forme. Giacché ormai non potrebbe più indossarle, ne faceva dono a me. In fondo non sono male, hanno sì quel pizzo tipico della fin de siècle, ma sono rimaste immacolate per tutti questi anni, quindi perché non indossarle magari proprio la notte di san Silvestro, come da tradizione? 
Mentre mia madre blaterava queste amenità, io mi sono ricordata che ieri sera avevo proprio indossato intimo rosso fuoco. Pertanto, inconsapevolmente, avevo atteso che finisse questo volgare mondo agghindata come la dea della fortuna vuole. 
Peccato però che, al risveglio, nessuna catastrofe redentrice sia ancora avvenuta, siamo tutti nei nostri posti a goderci il tempo che ci è stato assegnato, continuando a sporcare il pianeta con la nostra moralità da quattro soldi. Io vi scrivo sul mio letto di infanzia, mentre la mia gattina dorme ai miei piedi, il mio fidanzato mi augura il buongiorno dalla terra di nessuno, e il mio CV vola in giro per il mondo con una speranza di cambiamento sempre più fievole.
Quindi queste osannate mutande rosse portano bene o portano male?

ps: mio padre torna a casa verso mezzogiorno tutto compiaciuto per il suo nuovo acquisto. Si è regalato una centrifuga per prepararsi succhi di verdura! Mia madre lo guardava allibita, quasi non riconoscesse l'uomo che le stava davanti tutto emozionato per qualcosa che producesse cibi privi di grassi. Io saltavo tutta contenta perché finalmente qualcuno a me caro cominciava a sposare la mia fase bio. Questa sì che potrebbe essere la nuova fase Maya in casa G.


Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!
Gesù di Nazareth


martedì 18 dicembre 2012

Il cadeau della fatina


Sta piovendo pioggia e nostalgia nel lugubre posto in cui un terribile mostro ha nascosto il piccolo signor G. L'ha preso dal suo bellissimo villaggio e l'ha spedito a lavorare nelle viscere della Terra, a scavare una galleria. Il piccolo signor G. si sveglia ogni giorno all'alba e lavora fino al tramonto, tutti i giorni, anche la domenica. Tuttavia è la sera il momento più faticoso, perché si ritrova solo nel suo freddo letto mentre la mente vola tra i dolci ricordi.
Oggi è stata una giornata particolarmente difficile, il mostro è stato più cattivo del solito. La pioggia e la nostalgia poi hanno reso il cuore del piccolo ancora più pesante. Così, appena entrato nella sua camera, è corso in un angolo e si è messo a piangere forte. "Mi hanno rubato il Natale" ripeteva il piccolo signor G. tra le lacrime. 
Il grido di dolore è stato talmente profondo che è giunto fino al cuore della fatina che vive tra le colline dove il piccolo signor G è cresciuto.Commossa, l'amorevole fanciulla ha deciso che avrebbe sfidato tutti i poteri dell'universo per portare un piccolo aiuto al suo amichetto. Purtroppo sa bene che non può nulla contro il mostro che l'ha rapito - il piccolo signor G è destinato a rimanere in un quel brutto posto fino al compimento della galleria, allorquando potrà essere finalmente libero di tornare a casa. Può, comunque, provare a fargli arrivare un cadeau di affetto, di quelli che per un po' fanno sentire meno la fatica e ridanno la speranza di un domani libero dalla presenza del mostro.
La fatina chiama in suo soccorso il giullare Sunny, gli chiede di fare tante capriole fino alla terra dove è nascosto il piccolo signor G. Il giullare Sunny, tutto fiero del compito che gli è stato richiesto, si mette il vestito più bello e pure il profumo più accattivante. Mentre fa le capriole nel mar Mediterraneo, però, il suo profumo attira le sirene, che alla vista del bellissimo ragazzo si mettono a cantare e gli fanno dimenticare la sua missione.
La fatina allora convoca il centauro Sergione, compagno di tante avventure del suo piccolo protetto. Il centauro Sergione si mette subito a disposizione, contento di poter aiutare il suo amico. Una sera, però, giunge in un villaggio, dove si sta svolgendo una grande festa: è la festa dell'arrosticino. Preso dal suo cibo preferito e dai fiumi di birra che i villani offrono agli stranieri, il centauro Sergione esagera e si addormenta. 
La fatina è disperata: adesso a chi mai potrà chiedere aiuto? C'è bisogno di qualcuno di veramente speciale, qualcuno che possa andare dritto al cuore del piccolo signor G senza lasciarsi incantare né dalle sirene né dal cibo. Ci vorrebbe proprio Woman in red, solo lei è in grado di portare a compimento una missione del genere, solo lei può superare tanti ostacoli e arrivare senza fatica dal piccolo in difficoltà.
Indossato il vestito rosso preferito e il sorriso più smagliante, Woman in red si mette in viaggio. Sfida le tempeste, le montagne, le tentazioni, la fatica, e giunge finalmente al cospetto del disperato amichetto.
"Mi hanno rubato il Natale" " mi hanno rubato il Natale", continua a ripetere il piccolo signor G. "Non è vero che ti hanno rubato il Natale", gli sussurra dolcemente Woman in red. "Io sono venuta apposta a impedire che ciò accada".
Nel sentire quella voce così soave, il piccolo signor G alza la testa e spalanca la bocca: non riesce a credere a cosa vede davanti a sé.
"La fatina mi ha dato la missione di ridarti il Natale. Se chiudi gli occhi, ti alzi e ti avvicini a me io ti darò il suo cadeau". Il piccolo signor G esegue le istruzioni di Woman in red. Si avvicina alla ragazza e - sorpresa, sopresa - viene avvolto da un abbraccio che lo fa diventare tutta luce e tutto calore. Le lacrime scompaiono dal suo volto, il cuore comincia a pulsare forte e pieno di speranza, il sorriso è di nuovo abbondante e fiducioso. 
"Come vedi, piccolo signor G, nel tuo cuore c'è di nuovo il Natale. Cerca di custodirlo bene, fai in modo che il mostro non si possa avvicinare ad esso. Hai la forza e il coraggio per evitare che te lo distrugga".
"Ora devo andare, il viaggio di ritorno è lungo e faticoso. Ci vediamo presto tra le nostre colline".
Il piccolo signor G, di nuovo vigoroso e sorridente, guarda Woman in red allontanarsi dietro a quelle brutte montagne. Sa che, una volta finita la galleria, la ritroverà tra le sue dolci colline, insieme alla fatina, al giullare Sunny e al centauro Sergione.
Si è fatto tardi, domani sarà un'altra dura giornata di lavoro. Si mette nel letto il piccolo signor G., prende sonno stringendo a sé forte il cadeau della fatina. Il Natale è di nuovo al suo posto.