domenica 1 febbraio 2015

martedì 25 marzo 2014

Pedro e Lui

ETERNA PRESENZA

Non importa che non ti abbia,
non importa che non ti veda.
Prima ti abbracciavo,
prima ti guardavo,
ti cercavo tutta,
ti desideravo intera.
Oggi non chiedo più
né alle mani, né agli occhi,
le ultime prove.
Di starmi accanto
ti chiedevo prima,
sì, vicino a me, sì,
sì, però lì fuori.
E mi accontentavo
di sentire che le tue mani
mi davano le tue mani,
che ai miei occhi
assicuravano presenza.
Quello che ti chiedo adesso
è di più, molto di più,
che bacio o sguardo:
è che tu stia più vicina
a me, dentro.
Come il vento è invisibile, pur dando
la sua vita alla candela.
Come la luce è
quieta, fissa, immobile,
fungendo da centro
che non vacilla mai
al tremulo corpo
di fiamma che trema.
Come è la stella,
presente e sicura,
senza voce e senza tatto,
nel cuore aperto,
sereno, del lago.
Quello che ti chiedo
è solo che tu sia
anima della mia anima,
sangue del mio sangue
dentro le vene.
che tu stia in me
come il cuore
mio che mai
vedrò, toccherò
e i cui battiti
non si stancano mai
di darmi la mia vita
fino a quando morirò.
Come lo scheletro,
il segreto profondo
del mio essere, che solo
mi vedrà la terra,
però che in vita
è quello che si incarica
di sostenere il mio peso,
di carne e di sogno,
di gioia e di dolore
misteriosamente
senza che ci siano occhi
che mai lo vedano.
Quello che ti chiedo
è che la corporea
passeggera assenza,
non sia per noi dimenticanza,
né fuga, né mancanza:
ma che sia per me
possessione totale
dell'anima lontana,
eterna presenza.

Pedro Salinas

domenica 23 marzo 2014

Simone

Ho ripreso la penna, non per tornare indietro, ma perché il vuoto è così immenso dentro di me, intorno a me, che mi occorre questo movimento della mano per assicurarmi che sono ancora in vita.

Sto leggendo Una donna spezzata di Simone de Beauvoir. Per fortuna ho deciso di farlo ora e non qualche giorno fa, altrimenti non avrei retto. Bisogna farlo in un periodo in cui si è liberi da affanni, diversamente si finirebbe per confondere la propria erosione interna con quella di Monique, la protagonista. Sarebbe troppo con un animo per nulla tranquillo. 
Mentre leggevo il primo racconto, quello che dà il titolo al romanzo (un titolo in italiano - lasciatemelo proprio dire - stupendo, essenziale, appropriato), ho pensato che questo è un libro per animi femminili. Il mio uomo e tutti gli uomini che conosco storcerebbero il naso di fronte a cotanta fragilità. Noi donne no, per una ragione ben precisa: tutte ci siamo sentite spezzate in circostanze in cui i pensieri erano troppo lunghi e il fiato troppo corto. 

...in nome di che cosa si deve preferire la vita interiore alla vita mondana, la contemplazione alle frivolezze, la dedizione all'ambizione? Io non avevo altro ideale che quello di creare della felicità intorno a me.

Simone de Beauvoir (1908-1914)

Perché proprio di lei? Se almeno fosse veramente bella, veramente giovane, o notevolmente intelligente, lo capirei. Soffrirei, ma lo capirei. Ha trentott'anni, è piacente, ma nulla di più, e molto superficiale. E allora, perché? Ho detto a Marie Lambert:
- Sono sicura di essere meglio di Noellie, che ha trentotto anni, è piacente, ma nulla di più.
Lei ha sorriso:
- La questione non è qui.
E dov'è la questione? A parte la novità, e un corpo attraente, che cosa può dare Noellie a Maurice che io non gli dia? Marie Lambert ha detto:
- Non comprendiamo mai gli amori degli altri. 

Non comprendiamo mai gli amori degli altri. Già.

La porta dell'avvenire sta per aprirsi. Lentamente. Implacabilmente. Io sono sulla soglia. C'è soltanto questa porta e ciò che v'è nascosto dietro. Ho paura. E non posso chiamar nessuno in aiuto. Ho paura


venerdì 21 marzo 2014

Primavera

Mi adagio nel mattino

Mi adagio nel mattino
di primavera. Sento
nascere in me scomposte
aurore. Io non so più
se muoio oppure nasco.

Sandro Penna



Abu Gosh, chiesa dei crociati oggi abbazia benedettina di Santa Maria della Resurrezione. 
Davanti il mio preziosissimo amico e vicino casa, il poeta Israel Pinkas.
La mia immagine di primavera solo loro.

mercoledì 12 marzo 2014

Non piango solo, dico anche grazie.

Mia sorella non ha gradito il post precedente. Sostiene che sia troppo negativo e che devo impegnarmi a scriverne di meno deprimenti. 
Eccola accontentata.

Per fortuna che in questo periodo ci sono queste persone:

1) mia sorella, perché da una decina di anni è passata da sorella minore da proteggere, guidare e (lo ammetto) suggestionare, a sorella maggiore che mi protegge, mi guida e mi influenza con la sua equità, il suo senso di legalità, la sua spiritualità, la sua concretezza. 

2) le mie studentesse. A loro è bastato uno sguardo per capire che c'era qualcosa che non andava. Mi hanno abbracciata, coccolata,("tu piaci molto!", "Maria, tuo occhi dice tutto", "niente sorriso, non sei tu"), con quel tepore tipico delle mamme. Con molte siamo quasi coetanee, eppure nei miei confronti hanno un atteggiamento materno di cura e di attenzione. Io, che mi sento ancora troppo figlia, accolgo queste affettuosità come un dono della vita.
i bambini della scuola, perché sono proprio belli. Gli occhioni e l'eleganza di Mariam, il cinguettare di Shaenda, la timidezza di Ahmed, la faccetta furba di Abdallah, la compostezza delle bambine del Bangladesh, la vivacità di Vasim e di Hiba, la gentilezza di Jana, gli sguardi di Sara, la pelle ebano di Gibril e poi Tarek, Reda, Ilyas, Massimo Ismail, Karim e Marika, Amin, Rim, ecc., mi riempiono gli occhi di bellezza. 
Marzia, Abdessamad, Rania e Fatiha, senza di loro non ci sarebbe "Mamma, torna a scuola con me!" (https://www.facebook.com/mammatornaascuolaconme).

3) Stefano, mio tutto e mio niente, mia forza e mio tormento, che cerca di trovare mille modi per ricordarmi che lui c'è nonostante l'assenza  e che ci crede in un futuro migliore: l'ha fatto soprattutto con il silenzio (ma anche con i fiori e i cioccolatini per san Valentino, le mimose l'8 marzo, i bigliettini, le nostre foto più speciali allegate a messaggi per il buongiorno).

Non si dica che sono una lagna, o almeno soltanto una lagna. So anche essere riconoscente.

martedì 11 marzo 2014

Quasi sull'orlo

)


Mio cognato rincasa dopo una giornata di lavoro, viene in cucina, mi guarda e molto gentilmente mi dice: "avevi lasciato la porta aperta". Io, avvolta in un mutismo che mi connota ormai da qualche settimana, so solo tratteggiare sul mio volto pallido lunghi trattini sospensivi, come a dire "a questo punto sono arrivata, mi dimentico perfino di chiudere la blindatissima porta di casa...puntini puntini". 
Ma questa è solo l'ultima scena di un periodo ad alto tasso di stress, di un periodo che mi sta portando (o mi ha già portato?) sull'orlo di una crisi di nervi.

Nel pomeriggio mi ero decisa a mettere il naso fuori di casa, lontano da quell'aria stantia che respiro da troppo settimane. Esco quasi serena, guardo la strada e opto per una più interna, anziché per la trafficatissima via Tiburtina. Dopo aver indugiato con un gattino nero (da notare tutti i particolari delle mie vicende, i superstiziosi potrebbero tracciarvi trame ricche di stereotipi tipici della iella canonica), mentre sto per attraversare un incrocio faccio in tempo a fermarmi alla vista di una macchina che viene a velocità non proprio adeguata alla strada. Riesco a malapena a fare un passo indietro che questa si va a schiantare contro un taxi che sta arrivando dalla parte sinistra: un impatto tremendo proprio sotto i miei occhi. Airbag che si aprono, persone che accorrono, io paralizzata su quel ciglio della strada. Incredula. INCREDULA.

Entro nel supermercato, vago tra gli scaffali, poi all'improvviso spalanco gli occhi e mi domando: "perché sono qui?". Non riuscivo a ricordare il motivo, avevo solo un grande vuoto in testa.
Sabato pomeriggio mi è successo di peggio, mentre tornavo a casa ad un certo momento non ricordavo più quale strada prendere.  Ero ad un incrocio (di nuovo un incrocio) e guardavo allarmata in tutte le direzioni. Non capivo dove fossi di preciso. Ho avuto qualche secondo di paura pura e poi mi sono ricordata.

Dunque, sono sull'orlo di una crisi di nervi.

Stefano è partito per il Kashmir il 21 gennaio, tre giorni prima del mio compleanno. Farà ritorno a metà maggio. Non sempre riusciamo a parlarci, e nelle ultime tre settimane quando lo facciamo discutiamo oppure passiamo il tempo con lui in silenzio e io che piango. 
Due anni e mezzo di lontananza si fanno sentire sui miei nervi, non si può aspettare per lunghi mesi un uomo, aspettare che ritorni, aspettare di stare insieme, aspettare che maturi la decisione di costruire una famiglia con me, aspettare i SUOI tempi, mentre il MIO di tempo passa tra la nostalgia e i pianti (e i tanti rimpianti), vivendo a casa dei miei genitori per metà settimana e l'altra ospite di suo fratello (e della sua giovanissima fidanzata). Per tre giorni e mezzo faccio la figlia di due pensionati, e i restanti la coinquilina di una coppia in Erasmus perenne. 

A TRENTADUE anni non ho uno spazio tutto mio. Non ho costruito e non posseggo nulla.

Lavoro quattro ore a settimana. E' un bell'ambiente, ma non mi realizza. Non può realizzarmi. E' troppo poco.

Faccio un master pessimo e pure stressante, dove gli altri - di gran lunga più preparati di me - fanno a gara a chi scrive l'intervento più intelligente, dove ci chiedono di elaborare testi impegnativi e noiosissimi OGNI settimana.  
Non c'è giorno che non mi chieda: "ma chi me l'ha fatto fare di pagare per stressarmi?". Deprimente, molto deprimente.

Ma non è finita qui.

Domenica alla festa di carnevale della mia scuola, qualcuno mi ha rubato 40 euro dal portafogli. Mai, mai nessuno mi aveva fatto un gesto del genere; l'ho trovato "violento". Non so spiegarmi, ma è stata una brutta sensazione.
Come un pessimo scherzo della vita, è successo in un posto dove sto dando tanto in questo momento (a euro zero, perché verrò pagata a fine progetto). "Dai e ti sarà dato", dai e ti sarà sottratto.

Due settimane fa, in giornate di fuoco a causa di pensieri vari e di un compito per il master, mi convinco a ritagliarmi uno spazio per svagarmi. Così vado a fare un aperitivo con un'amica. Di ritorno a casa smarrisco o vengo derubata del portafogli, nel quale vi erano 40 euro (cifra che ricorre), documenti (la patente l'avevo lasciata a Morcone, in un momento di preveggenza) e il bancomat. Il giorno dopo, allorquando mi accorgo che non c'è il portafogli nella borsa, mi tocca lo stupido interrogatorio del poliziotto del commissariato ("ma lei non ha un documento adesso? Perché se ce l'avesse sarebbe meglio per la denuncia". Senza parole) e soprattutto devo affrontare ben QUATTRO telefonate di mia madre, con le quali mi ricorda di quanto sia sbadata, di quanto sia incapace, di quanto non ne combini una buona, di quanto l'abbia sempre fatta stare in pensiero perché ingenua, smemorata, per nulla concreta, buona solo a fare chiacchiere.
Per fortuna il bancomat non è stato utilizzato, altrimenti avrei perso quei pochissimi soldi che ho ancora sul conto e non avrei avuto veramente più nulla. 

In queste settimane ho discusso con: mia madre e mio padre (ovviamente), con Stefano (ovviamente), con mia sorella e con Marzia. Nella mia testa ho avuto battibecchi con un'infinità di persone, a cominciare da quei poverini dei miei suoceri, rei di aver detto - non rivolta a me, anzi - una cosa a cui penso sempre...quasi come se l'avessero detta a me. 

Ricordo ancora com'è cominciato il periodo storto: è sabato pomeriggio, ho un appuntamento prima del lavoro a causa del quale non posso parlare con Stefano. Sono quasi alla fermata dell'autobus, quando vedo che se ne sta andando. Allora comincio a correre, sono quasi sotto la tangenziale quando dall'alto cade una goccia di acqua nel mio occhio. Mentre penso "ma che razza di schifezza è?? E proprio nell'occhio nel quale ho avuto un herpes a ottobre!", mi sento mancare la terra sotto i piedi e mi ritrovo per terra, stesa sul lato sinistro. Accorrono ben tre persone, allarmate mi ripetono "signorina, sta bene? Come si sente?". Io li guardo e guardo l'autobus allontanarsi, allora l'unica cosa che riesco a dire: "merda, farò tardi. Maledetta Roma".

Da quel giorno il braccio sinistro ogni tanto mi fa male, tuttavia non è questa la parte di me che mi preoccupa. 
Il ciclo mi è arrivato dopo 20 giorni, dormo pochissimo e la testa mi duole quasi sempre.
Mia madre mi chiama due volte al giorno per sincerarsi che io abbia mangiato, e mi riempie di domande del tipo: "hai mangiato? Hai mangiato il pane? No, perché poi se continui così ti obbligano a mangiare il pane". Quelli che dovrebbero obbligarmi a mangiare il pane sono i medici che finiranno per curare la mia  anoressia!!! Questa è la sceneggiata che mia madre ha in testa: io anoressica! Gesù! Dopodiché telefona a mia sorella e in piena sceneggiata paventa medici e cure anche a lei e al marito (!).
Una cosa è vera: in questi giorni ho un po' di inappetenza (come faccia lei a intuirlo è un mistero!), che scomparirà presto. Come si può avere fame nella mia situazione?

Gli avvenimenti di cui ho parlato sono soltanto quelli che si possono raccontare, quelli intimi sono altri. Quindi, c'è dell'altro, e altro ancora. 

Ieri qualcuno su twitter ha scritto questa frase:

"prima o poi scopriremo che non era un tunnel, era una rotonda".

Temo esattamente questo. In quel momento però sarò già  al di là dell'orlo.

(qui un vecchio pot sempre attuale: ieri come oggi)


Ci nascondiamo di notte 
Per paura degli automobilisti 
Degli inotipisti 
Siamo i gatti neri 
Siamo i pessimisti 
Siamo i cattivi pensieri 
E non abbiamo da mangiare 
Com'è profondo il mare 
Com'è profondo il mare 



E' inutile 
Non c'è più lavoro 
Non c'è più decoro 
Dio o chi per lui 
Sta cercando di dividerci 
Di farci del male 
Di farci annegare 
Com'è profondo il mare 
Com'è profondo il mare

giovedì 27 febbraio 2014

A Mano a Mano

Da cantare a squarciagola stasera.

Quando una canzone può ricordarti il senso di tutto.



A mano a mano si scioglie nel pianto 
Quel dolce ricordo sbiadito dal tempo 
Di quando vivevi con me in una stanza 
Non c'erano soldi ma tanta speranza 









Ma...dammi la mano e torna vicino 
Può nascere un fiore nel nostro giardino 
Che neanche l'inverno potrà mai gelare 
Può crescere un fiore da questo mio amore per te 




mercoledì 19 febbraio 2014

Un lunghissimo febbraio

Ci provo in tutti i modi ad essere concentrata sugli impegni del presente, sugli incontri del presente, sui doveri del presente, sulla Vita presente. Ci provo e ci riesco poco. 
E' un mese difficile questo, lo sapevo. Stringo i denti e mi ripeto che il primo marzo forse andrà meglio, giacché avrò superato un febbraio pieno di evocazioni, di ricordi, di anniversari e di nostalgie. 
Ieri la notizia che questa vita di attesa, di solitudine nell'attesa, sarà probabilmente molto più lunga di quanto io e Lui ci auspicavamo. Quel domani non sembra così prossimo. Sarà un febbraio di decenni in attesa di maggio. Forse. 
Stamattina mi ritrovo bambina, nella sala da pranzo di mia nonna, di fronte a quella cornice "speciale", come lei ci teneva a precisare. Quella cornice conserva le medaglie di mio nonno guadagnate durante la seconda guerra mondiale. C'è anche una foto di lui in divisa con tutte le medaglie appuntate. 
Mia nonna mostrava quel quadro a tutti, con un orgoglio di donna innamorata fiera del suo uomo. Io l'ho mostrato a Stefano qualche mesetto fa, tutta orgogliosa, fiera di mia nonna. Quel quadro racconta, infatti, non le prodezze di mio nonno ma quelle di Lei, di quella ragazza che per anni ha aspettato il ritorno di quell'uomo. 
Subire gli eventi, tribolare e attendere è terribile. Ci fai i conti ogni giorno, mentre aspetti che arrivino parole di tenerezza e di incoraggiamento dal fronte, mentre provi a stare in piedi per te e per Lui.
Stamattina solo lì, con mia nonna che guarda quel quadro e io che guardo lei. Siamo lì insieme, sole. Sappiamo che a marzo andrà meglio, ci sarà un mese in meno in attesa di maggio, in attesa di quell'abbraccio.



Oh, father of the four winds, fill my sails, across the sea of years
With no provision but an open face, along the straits of fear

domenica 16 febbraio 2014

Di domenica si può tornare ad essere Aska

Non voglio alzarmi è domenica
Voglio pensare solo a te
A te che dormi su una nuvola
A te con me e a me con te
In fondo è una giornata stupida
Di alternative non ce n'è
Quello che c'è è una noia umida
In questa stanza senza senza te










lunedì 18 novembre 2013

Ciao, Doris.

Ho letto Alfred e Emily nell'estate 2011, in quell'estate di cambiamenti inaspettati (e quindi) travolgenti.
Oggi, mentre commemoro la scomparsa di Doris Lessing, scopro che era nata a Kermanshah. Ai più il nome di questa cittadina non dice nulla, a me racconta di un periodo intenso - emotivamente intenso, di un affetto divenuto amore, di attese e di speranze. Mi racconta di quel viaggio che ci divideva e al contempo ci univa, di quel viaggio che tutt'oggi mi commuove.
Doris - la chiamo per nome come si fa in genere con le scrittrici (mai con gli scrittori), giacché le senti più vicine, più intime, più simili a te - mi era tornata in mente dopo l'assegnazione del premio nobel alla Munro, tanto che Il taccuino d'oro era balzato prepotente in cima ai desideri di evasione. Ci sono momenti della mia fragile esistenza che necessitano dei libri per dare conforto e sostengo ai gesti o alle scelte. E  questo romanzo mi era sembrato giusto per un presente di confusione. Non so perché. So solo che lo volevo al mio fianco.
Oggi desidero una parola qualsiasi di Doris, di quella ragazza europea nata a Kermanshah in Persia. Una qualsiasi.



Possiamo abituarci a qualsiasi cosa; va bene, è un luogo comune, ma forse bisogna viverle, certe esperienze, per coglierne fino in fondo l'orribile verità.
Da Memorie di una sopravvissuta

mercoledì 31 luglio 2013

Io sto Cécile

Un mirabile Erri De Luca in un tweet scritto per la ministra Kienge, ma che è per tutti noi. Non solo leghisti.

A Cecile K: non vada al raduno di chi odia la sua pelle, i loro visi pallidi trasudano un decolorante scaduto, sono meticci e non lo sanno.




Quanto sei piccola, mia Italia.

martedì 30 luglio 2013

At the mall

E' stato amore a prima vista tra di noi. Di quegli amori che ti fanno girare e rigirare nel letto pensando a quando e come sarà possibile rivedersi per scegliersi per sempre. L'avevo scorta in mezzo a tante e più appariscenti colleghe, lei così riservata, così minuta, con quel suo colore timido. Non potevo lasciarla lì dov'era, dovevo assolutamente prenderla e portarla nel mio mondo affinché potesse divenire una degna accompagnatrice per quei momenti della vita dal sapore conturbante. 
E così ho deciso di sfidare il timore di perdermi su un autobus con fermate dai caratteri incomprensibili per correre da lei, da quella giacca color nocciola che si trovava rinchiusa in un negozio dell'Har'el Mall Center Pharm di Mevaseret. Lei doveva essere mia, avrei costeggiato anche la striscia di Gaza pur di averla. 
Se c'è una cosa che mi spinge ad andare oltre quell'Io pavido che posseggo è lo shopping! A ciascuno le proprie medicine: a me corteggiare i vestiti, soprattutto se questi sono in saldo. 
La passione per la giacca si è sgonfiata una volta giunta a casa, mentre gli occhi si sono riempiti di un popolo tanto variopinto e il cuore di tanti atti di gentilezza. 
Alla fermata sotto casa ho chiesto ad un signore se quello fosse l'autobus giusto per giungere al centro commerciale. L'uomo, probabilmente un arabo, mi ha risposto in un inglese stentato e si è offerto di indicarmela una volta giunti in prossimità. Mentre aspettavamo mi ha chiesto se LA MIA LINGUA FOSSE L'INGLESE!!! Attimo di gioia infinita, durato fino a quando ho dovuto confidare di essere madrelingua italiana. Quando rivelo la mia nazionalità la maggior parte ostenta indifferenza, solo qualche maschietto più baldanzoso ha osato dirmi una parolina in italiano (tipo: ciao bella). In un panificio gestito da arabi, il tizio che ci ha servito ha pensato di fare il simpatico dicendo: "Italia bunga bunga". Io e Stefano abbiamo risposto con un sorriso abbozzato. Per fortuna al resto della popolazione residente sul suolo israeliano interessa ben poco delle mie folcloristiche radici, a dimostrazione di quanto siamo poco allettanti (anche in negativo) fuori dall'Europa.
Al ritorno ho chiesto indicazioni ad una ragazzina, la quale dapprima si è intimorita nel rispondermi ma poi, vinta dal desiderio di aiutarmi, ha cercato sul suo iphone la traduzione in inglese per me. Ho scorto sul display quel "I check for you" che mi ha scaldato il cuore. Allora io ho cercato sul mio cellulare la traduzione in ebraico di "è già passato il 186?" che lei non riusciva a capire. Ho trovato quanto siano utili a volte le tecnologie per avvicinare quelle persone timide nel comunicare in una lingua terza. Un tempo c'era i gesti, oggi ci sono i gesti e il traduttore di Google. 
In mio soccorso è arrivata anche una soldatessa, che aveva appena smontato dal servizio militare. Anch'ella si è prima scusata di non parlare bene inglese e poi si è prodigata nell'assistermi. Era bellissima, con uno sguardo felino, i lunghi capelli neri, le mani ben curate e quella brutta divisa del servizio militare. Mentre aspettavamo ne sono arrivate altre, tutte altrettanto giovanissime. Sto cominciando ad abituarmi alla presenza dei metal detector, ai controlli della borsa, ai tanti soldatini piantonati ovunque. Tutto diventa normale, persino i giubbotti antiproiettile, le armi da fuoco e le militari giovanissime. 
Con la soldatessa ho commentato il costume israeliano di fare l'autostop, soprattutto in corrispondenza delle fermate dell'autobus. Ragazzi, adulti e persino donne alzano il braccio per avere un passaggio da uno sconosciuto, a qualsiasi ora e senza nessuna remora. Sarà forse perché sono italiana, ma francamente entrare o far entrare in macchina chi non conosci lo reputo...pericoloso. Chissà se questa è un'abitudine che gli israeliani hanno avuto in eredità dalle loro radici medio-orietali. Poiché non mi sembra che nel resto d'Europa lo si faccia con così tanta frequenza e sicurezza, deduco che non siano stati gli ebrei europei emigrati nella terra promessa ad importarla. 
Nell'attesa del 186 sono passati sotto il mio occhio curioso le sfumature di questo popolo. A parte le musulmane facilmente riconoscibili dal velo, è con gli ebrei che mi diverto a memorizzare le loro differenze in fatto di vestiti e di acconciature. Alcune ebree portano delle gonne nere lunghe fino a sotto al ginocchio o alla caviglia (mi ricordano molto le zingare) e dei fazzoletti sulla testa. Le etiopi in particolare vestono soprattutto con gonne lunghe, in prevalenza scure.
Ci sono uomini con cappelli e vestiti che a me ricordano troppo i personaggi di "La casa nella prateria". Sarà per via di un abbigliamento dal taglio e dal tessuto non proprio moderno, sarà per quel modo particolare di portare la barba, ma a me sembra che provengano tutti dalla America del Nord tardo ottocentesca. 
Poi ci sono quelli con il ricciolo, il cappello largo, il vestito nero e la camicia bianca. Quelli, insomma, conosciuti anche in Italia. Infine, quelli più "normali" (mi scusino gli ebrei se uso questo aggettivo, ma devono capire che il mio è sempre un punto di vista abituato ad altri costumi) con la kippah, molto usata anche tra i bambini. 
Vorrei fotografarli tutti, perché li trovo proprio belli. Credo di avere sviluppato, se non una passione, una simpatia per il mondo ebraico. Mi interessa, mi coinvolge, mi incuriosisce. Persino la lingua mi intriga, peccato non avere il tempo per frequentare un corso completo di primi rudimenti. De gustibus. Ho capito che questa cultura mi affascina molto, ma molto di più rispetto a quella islamica. Attenzione, con queste dichiarazioni non ho l'intenzione di prendere alcuna posizione storico-politica, giacché non ho le competenze né la voglia per farlo. Voglio soltanto dichiarare una curiosità intellettuale a scapito di un'altra.
Faccio, al contrario, una dichiarazione precisa, diretta: i centri commerciali in Italia e in Europa sono oltremodo noiosi. Hanno sì una varietà di vestiti migliori, sia per qualità che per stile, ma sono pregni di gente più o meno tutta uguale: sono multiculturali in modo standardizzato. E dunque finiscono per essere privi di attrattiva per chi come me passerebbe ore intere ad osservare la vita dell'altro. 

domenica 28 luglio 2013

Primo Shabbat di mare

Finalmente è arrivato il primo bagno in mare targato 2013. Quest'anno ci siamo battezzati nelle acque calde e mondane del Mediterraneo israeliano, per la precisione in quelle glamour di Tel Aviv. 
Dopo aver visitato Gerusalemme, non potevamo non dedicare il nostro secondo Shabbat alla visita della capitale economica del Paese, considerata la Miami del Middle East per le spiagge bianche, pullulanti di gente in formissima e circondate da enormi palazzi. 
Avevo stabilito che come prima tappa saremmo dovuti andare nell'antico quartiere di Jaffa, unico sito proveniente dal mondo antico in una città nata - come me - nel '900. Come al solito ho le idee, ma manco di organizzazione. Così ci siamo messi in macchina guidati dalla mia convinzione che il posto fosse a nord di Tel Aviv. Ebbene, si è verificato esattamente quello che accade ogni volta che sono convinta di una cosa: è l'esatto contrario. Sicché dopo aver girovagato lungo le superstrade che circondano la città cercando di trovare un cartello con la scritta della nostra destinazione, Stefano ha suggerito pacatamente di usare il navigatore del mio cellulare. Chi ha la straordinaria capacità di indicare la svolta sbagliata anche quando è ben visibile sullo schermo? Io, naturalmente. Non so come si chiami questo deficit di orientamento, ma forse dovrei provare a sanarlo. Giuro che a piedi ricordo tutto e mi so muovere senza problemi, in macchina o con l'ausilio di strumenti elettronici proprio no. 
Ad un certo punto leggo sul display: tra 300 metri svoltare Gaza. Gaza??? "Stefano, stiamo andando a GAZA!". Per la prima volta ho visto gli occhi dell'ingegnere spalancarsi di terrore. Diciamo che il nostro spirito di conoscenza è alquanto latitante in Israele, cerchiamo di andare solo in posti quasi sicuri, diffidiamo di luoghi e di persone, ci lasciamo facilmente suggestionare da tutto ciò che potrebbe far pensare alla parola "attentato". Se persino a Gerusalemme non eravamo così tranquilli, figuriamoci andando in direzione di Gaza. 
A quel punto l'ingegnere ha preso in mano la situazione occupandosi lui stesso del navigatore. Peccato che arrivati a Jaffa ha pensato bene che fosse troppo araba (e quindi insicura) per i suoi gusti, proibendomi di scendere dalla macchina per cercare la piazza con l'orologio o l'antico porto. Addio, pertanto, gita culturale; lo Shabbat doveva essere passato in tutto e per tutto sulle mondane spiagge telaviviane. 



















Due note sui costumi locali: 
1) gli uomini sono tutti in forma e depilati. Lungomare ci sono degli spazi attrezzati a palestra, accessibili gratuitamente, dove vedi dilettarsi questi energumeni quasi finti. Le donne, con mia somma gioia (sììì! Non mi sono sentita tanto come una dalle forme irregolari), non sono così ben scolpite. Mentre gli uomini passano il tempo a delineare la circonferenza dei bicipiti o a correre sotto il sole, esse si scialano tranquillamente al sole. 
2) non si scambiano effusioni in pubblico! Di coppie ce n'erano tante, ma sia in spiaggia che lungo il boulevard non ho assistito a scambi di affettuosità. La cosa ha lasciato piuttosto interdetta me e felicissimo il mio riservato ingegnere, che nella nostra spudorata (!) Europa biasima i gesti troppo intimi scambiati sotto lo sguardo di estranei (a cominciare dalla tendenza a dover comunicare necessariamente con il contatto fisico della sua fidanzata, europea del sud e pertanto super spudorata). 


Di seguito il link della comunità ebraica di Bologna, in cui si spiega che cos'è lo Shabbat: http://www.comunitadibologna.it/index.php?option=com_content&task=view&id=87

venerdì 26 luglio 2013

Gerusalemme

Ho cercato delle citazioni di autori israeliani che potessero accompagnare le foto scattate a Gerusalemme, ma nessuna riusciva ad esprimere quello che questa città è, che cosa trasmette, la sua atmosfera, le sue tante lingue e i suoi tanti volti giunti da ogni dove per adorare il proprio Dio. 
E' una città unica al mondo, una città che può essere compresa soltanto nel momento in cui la si percorre nei suoi quartieri, nei suoi luoghi di culto, tra le macerie di tempi antichi, in mezzo a popoli così distanti geograficamente, fisicamente e soprattutto culturalmente. 
E' la città cosmopolita per eccellenza. Lo era già ai tempi di Gesù, e lo deve essere necessariamente ora, in questi tempi di cultura globale e di tendenze divisorie pericolose, in cui mangiamo, beviamo, indossiamo, visitiamo, leggiamo e parliamo il mondo dell'Altro, verso il quale però mostriamo diffidenza, timore, fastidio. E quasi mai accoglienza. In Gerusalemme guardiamo noi stessi, il nostro passato mitico e il nostro presente tanto, tanto complesso da gestire. 
Per questa ragione è una città che incanta e disincanta il cittadino del mondo. 

Porta di Giaffa

 Quartiere armeno

 Basilica del Santo Sepolcro

 Pietra dell'Unzione

 Venduta del Muro del Pianto e della Moschea 

 Con la nostra guida nel quartiere ebraico. Non poteva non chiamarsi Abraham

 Una coppia che decide di pregare insieme al Muro del Pianto

Le sfumature dell'ebraismo

 Piscina di Betsabea, dove Gesù guarì il paralitico

Nel giardino della Chiesa di Sant'Anna, il posto che più mi ha emozionato. Qui sorgeva la casa di Maria. 
Io e questa gattina dallo sguardo offuscato ci siamo coccolate. E capite.

mercoledì 24 luglio 2013

I spick Inglish

"Stefano, ho un dubbio...com'è che si dice in inglese ebraico?"
"Hebrew".
"Ehhhhh??? Ma non si dice Ebraic?!!".
O_o

Ora ho capito perché la padrona di casa al mio "how do you say good morning in Ebraic"? ha fatto una faccia interdetta! Poi, evidentemente, ha capito e mi ha risposto cordialmente. In fondo gli italiani sono noti per il loro modo di esprimersi in una lingua straniera, senza porsi il problema che le parole usate siano solo una versione esotica del termine italiano. Mi sono sentita come chi parla in spagnolo aggiungendo semplicemente le S. 
O come Alberto Sordi in Un americano a Roma.



Qualche giorno prima il padrone di casa ha mostrato il mio appartamento a persone interessate ad affittarne uno simile a quello dove noi abitiamo.
E' arrivato con uomo di origine indiana ed un ebreo anziano. Li ho aperti così come ero conciata per casa, ovvero pantaloncini e canottierina. Mentre i tre uomini guardavano curiosi nelle stanze, io ho notato che l'anziano aveva in testa il kippah, il copricapo degli ebrei osservanti. Il primo stupidissimo pensiero che ho avuto è stato: "Oddio, un rabbino!". Allora ho guardato l'uomo, mi sono coperta con le mani e, umilmente, gli ho detto: "I'm sorry, I'm sorry". 
"Don't worry. You are in your house!". Ovvero, sei nella tua casa. Qui siamo in Israele, non rischi una punizione corporale per aver accolto in casa tre uomini vestita discinta. Non sono un rabbino, né tanto meno un imam o il vescovo di Gerusalemme, quindi nessuno ti accuserà di mancanza di rispetto nei confronti di un'autorità religiosa. Keep calm, miss G. Il mio sorriso è il miglior benvenuto che tu potessi ricevere da un ebreo. 


Toda Raba: Grazie

Boker Tov: Good Morning

Laila Tov: Good Night

Shalom: Ciao

martedì 23 luglio 2013

Un dottore arabo-padovano

Stefano ha la febbre da venerdì sera. Finalmente ieri si è deciso a contattare il medico, il quale gli ha dato un appuntamento piuttosto strambo per noi occidentali: 21.30 all'ingresso di Abu Gosh! Si scusava di non poterlo ricevere prima ma aveva osservato il ramadan e doveva mangiare (ovvero non poteva dargli appuntamento alle 20, che comunque è un'ora strana!). La mia incredulità era tale che ho chiesto di poter andare con lui per controllare che fosse realmente un medico serio. L'ingegnere viene da quasi due anni di Iran, per cui è abituato agli orari notturni dei musulmani; io proprio no. 
Dopo dieci minuti che aspettavamo all'entrata del paese, è arrivato un macchinone con a bordo due uomini pelati; uno dei quali ha gridato: "sono il dottore. Seguitemi!". Il mio viso sconvolto era eloquente: sono abituata al medico curante della mia famiglia che riceve a volte il pomeriggio fino alle 17. Che orari sono? Stefano, ridendo, mi ripeteva: "sono arabi. Non vedi i bambini soli per strada a quest'ora? E i negozi tutti aperti?". 
Appena scesi dalla macchina, il sorriso caloroso dell'omone dottore mi ha subito conquistata. "Da dove venite? Io sono padovano!", seguito da una grossa risata. Il dottore era giunto nel 1975 a Padova per frequentare la facoltà di medicina assieme ad un fratello e una sorella, i quali erano rimasti mettendo su famiglia (uno, farmacista, aveva sposato una trentina; l'altra, avvocato, un medico iraniano). Soltanto lui aveva fatto ritorno in Israele, portandosi dietro il ricordo di un Paese meraviglioso e di un amore torinese che non aveva avuto il coraggio di seguirlo. 
Continuava a dirci: "ragazzi, non potete capire che bello era vivere in Italia. Qui gli arabi sono discriminati, vengono sempre sottoposti a controlli, mentre in Italia i carabinieri ti salutano con la testa. Io ero sconvolto che nessuno volesse sapere chi fossi". 
"Erano gli anni di Berlinguer, mi ricordo i cortei degli studenti". 
"La gente mi faceva morir dal ridere quando si poneva il problematico quesito: cosa mangiamo per pranzo? E per cena? Me-ra-vi-glio-si". 
Mentre il dottore ci raccontava del suo periodo italiano, io e Stefano non riuscivamo a credere che un medio-orientale di religione islamica parlasse in questi termini della nostra Italia. Volevamo interromperlo per dirgli: "ma è proprio sicuro di aver studiato in Italia??? Nella Padova padana???"; invece gli abbiamo soltanto detto: "non è più quello di una volta. Oggi è un Paese difficile". 
Già, oggi trattiamo male tutti gli stranieri, compresi gli studenti in medicina simpatici. Abbiamo un ministro di origini africane, ma lo paragoniamo ad un orango. Abbiamo tanti figli di immigrati che non possono accedere alla cittadinanza solo perché non hanno il sangue color italico. Ci piace ancora mangiare, ma il problema del lavoro ci sta togliendo l'entusiasmo nel fare tutto - compreso mangiare. Abbiamo tanti bravi medici, molti dei quali sono stanchi e si sentono sfruttati, mentre altri siedono semplicemente sulla sedia di papà. In pochi ti accolgono con tale affabilità, chiedendoti la parcella con "ma solo se li avete tutti i soldi, altrimenti non c'è problema". 
Se passate per Abu Gosh e avete bisogno di un medico, chiedete del dottore arabo-padovano. Vi riceverà in uno stanzino di una cucina rustica, tra pacchi di zucchero e altre dispense, senza computer e ricettario, regalandovi un momento di grande umanità mentre vi parlerà di un Paese a voi completamente sconosciuto. 

lunedì 22 luglio 2013

Shalom!

SHALOM, amici! 
Aska è in Israele, per la precisione a Shoresh, piccolo villaggio non molto distante da Gerusalemme, dove resterà fino alla fine di agosto. E' corsa in aiuto/supporto del suo ingegnere, che - tutto occupato a costruire una galleria per la TAV Tel Aviv-Gerusalemme - non ha nemmeno il tempo per prendersi cura di se stesso e del loro rapporto a distanza. Giacché anch'ella aveva bisogno del suo ingegnere e non avendo un granché da fare in Italia, ha fatto i bagagli si è trasferita qui per curare - per l'appunto - il suo uomo e se stessa. 
Ad essere sinceri, sono qui per curare soprattutto me stessa. Finché non mi sono messa sull'aereo ed è cominciata questa avventura foriera di tante emozioni, paure e ansie ingiustificate da superare, di volti cordiali e di parlate "strane", ero arciconvinta che facevo tutto per Stefano e per il nostro rapporto. Invece, è quasi esclusivamente un'esperienza per me stessa , per essere più forte, per tornare ad essere quella ragazza piena di vita e di desiderio di conoscenza che ero fino a qualche tempo fa. Aska riprova a danzare, e lo fa nella terra di Abramo, nella terra simbolo delle tre grandi religioni monoteiste, nella terra dove è nato Cristo, insomma in un posto mitico, pregno di storia, di sacro, di contraddizioni, di difficoltà.
A qualcuno che mi scriveva per chiedermi come stesse andando ho raccontato che sembrava quasi di essere in un reality show per gente con le ansie, dove ogni giorno ci sono delle prove da superare per diventare delle persone più sicure, autonome, meno spaventate.
Ci sono le paure legate al fatto che questa è una terra di instabilità sociale, con divisioni pericolose. Se sento degli aerei penso subito che stiano andando verso Gaza, verso il confine con la Siria o che sia successo qualcosa a Gerusalemme. Non mi fido delle folla o di facce più torve. Mi shockano i controlli ovunque, il metal detector all'ingresso pedonale del centro commerciale, l'addetto della sicurezza di turno che ti apre lo sportello della macchina per vedere se non hai armi, girare sempre con il passaporto perché la polizia te lo puoi chiedere anche se stai ferma per i fatti tuoi. 
Poi ci sono le paure più strettamente "mie", banalissime rispetto a quelle per gli attentati, ma snervanti uguali. Innanzitutto c'è l'incubo lingua inglese. Il mio perfidissimo fidanzato non mi ha fornito nessuna informazione sul posto in cui viviamo affinché fossi io ad interagire con le persone. Chi mi conosce sa bene che la prima e più lampante caratteristica che posseggo è la socialità, caratteristica che viene meno quando sono all'estero allorché devo usare la lingua di sua maestà. Ora tra e me l'inglese c'è un rapporto conflittuale: lo studio, lo imparo, lo applico e lo dimentico sistematicamente. E poi nei suoi confronti - maledetto- ho un serio problema psicologico: siccome non riesco ad apprenderlo alla perfezione, non lo uso! Mi blocco di fronte al mio terribile accento italiano e alla mia sgrammaticata conversazione, finendo per non proferir parola o per smettere di ascoltare chi mi sta parlando. Da un'insegnante di lingue straniere è un comportamento riprovevole lo so. E' per questa ragione che il perfidissimo di cui sopra si rifiuta di venirmi in aiuto. 
Altra enorme paura che ho è: CUCINARE per gli altri. Non mi piace, non ho fantasia, non metto sale, non mi piacciono i pranzi elaborati, mi mette solo angoscia farlo perché so che chiunque sa farlo meglio di me. Stesso discorso dell'inglese, siccome non riesco bene preferisco non cimentarmi proprio. 
Il mio fidanzato, che è perfido anche in questo campo, è uno che ama il buon cibo, che non si accontenta delle insalatone o della pasta al limone (la mia specialità!). Al contempo, però, crede molto in me ed è convinto che con un po' di sforzo anche dietro ai fornelli posso combinare qualcosa di buono. Intanto, la sera guarda i miei lavori culinari, mi sorride e prima ancora di assaggiare aggiunge il sale. Dice che ha fede: un giorno anche io troverò piacere nel cucinare. A differenza di lui io ho meno speranza sulle mie capacità (culinarie e linguistiche), ma è per questo che sono in Terra Santa...giusto?! 
Shalom amici, devo correre a preparare la cena. Sigh.


 Davanti alla basilica del Santo Sepolcro

sabato 6 luglio 2013

Suocere moderne

Passaporto pronto, biglietto preso, voglia di rivedersi infinita. Mancava solo dire ai suoi genitori la mia imminente partenza. Così ieri sera, mentre definivamo le ultime cose via skype, abbiamo coinvolto nella videochiamata anche i suoi procreatori.
Molto sommessamente ho annunciato che avrei passato l'estate dal figlio in Terra Santa, sperando che questo "non fosse un problema" per loro. Sotto il regime di mio padre sono stata educata a chiedere il permesso prima di fare qualsiasi cosa. Pertanto, non stupitevi se nell'estate del 2013, io, donna occidentale, istruita, cosmopolita, rendo noto ai genitori del mio fidanzato l'intenzione di andare ad amare il figlio, rimettendomi alla loro benedizione! (Se volete è anche ruffianeria, ma non rivelatelo ai miei suoceri e soprattutto a mio padre!). 
Sua madre, donna del terzo millennio, ha stoppato il mio patetico salmodiare con:

 "Ragazzi, siate felici".

Non ci poteva essere benedizione più bella.

martedì 2 luglio 2013

Su Tumblr

La danza di Aska è anche su Tumblr, dove ripropone vecchi post e nuove idee mentre cerca di esplorare, conoscere, capire, usare questa nuova piazza. L'intenzione è anche quella di rendere Aska madre di nuovi personaggi e di nuove storie. Chissà che non finirà per raccontarci i quasi due anni di "lettere persiane" scambiate tra lei e Chirone. Chissà.

http://ladanzadiaska.tumblr.com/